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Cooperazione allo sviluppo | 22.05.2017 | 14:28

Assistenza invernale per profughi

La provincia ha contribuito all'equipaggiamento invernale dei campi profughi siriani in Giordania: Scott Craig, portavoce dell'UNHCR sugli interventi realizzati.

.Le tende devono essere stabilite per la neve. Foto: UNHCR

Come è stato quest’anno l’inverno per i profughi in Medio Oriente?

Scott Craig: Le temperature sono scese considerevolmente, anche al di sotto dello zero. Tempeste di neve e piogge torrenziali hanno provocato problemi a milioni di profughi e sfollati interni. Sono state colpite persone in Turchia, in Libano e, in maniera particolare, i profughi ad Aleppo in Siria e a Mosul in Irak. L'intero territorio della Giordania è stato interessato da forti venti, basse temperature così come da neve e pioggia. I profughi erano provati e necessitavano di sostegno, affinché fossero alleggeriti dell'ennesimo peso che gravava su di loro.

L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati UNHCR chiama l'equipaggiamento contro il freddo „winterization“, cosa significa esattamente?

Noi utilizziamo questo termine per descrivere il progetto di assistenza ai profughi volto a superare la stagione più fredda dell'anno. Ci sono diverse forme di sostegno: economico oppure attraverso aiuti umanitari quali abbigliamento invernale, sacchi a pelo, tappeti, coperte e simili, oppure pannelli di plastica per rattoppare le tende e proteggere gli ambienti domestici dal freddo. Questi programmi sono messi a disposizione e coordinati da partner attivi in loco negli aiuti umanitari.

Gli interventi nell'inverno 2016/2017 sono da considerarsi riusciti?

Sino al dicembre 2016, noi dell'UNHCR abbiamo portato avanti il progetto anche grazie al sostegno della Provincia Autonoma di Bolzano. Il nostro obiettivo era equipaggiare 300mila persone: ci siamo riusciti al cento per cento. Il nostro team mobile ha assistito famiglie che vivono in insediamenti informali, assai frequenti in tutto il paese. Al contempo, è stata avviata una campagna pubblica di sensibilizzazione, per la prevenzione dai rischi delle ondate di maltempo. Grazie a queste misure precauzionali, abbiamo evitato che le forti piogge di gennaio causassero danni maggiori ai campi profughi di Zaatari e Azraq.

L'agenzia ONU per i rifugiati si occupa anche degli sfollati in Siria?

Sì, in Siria ci sono 6,3 milioni di sfollati interni. Anche loro hanno bisogno di aiuto in inverno. Attraverso il nostro programma, avviato nel settembre 2016, possiamo offrire assistenza invernale a 1,2 milioni di persone, ovvero a più di 250mila famiglie: vestiti, coperte calde, pannelli di plastica per coprire le abitazioni, sacchi a pelo e altri aiuti umanitari.

Quanti profughi vivono in Giordania? E quanti di questi sono siriani?

Nel marzo 2017 l'UNHCR ha registrato complessivamente 733210 persone coinvolte. La gran parte di loro, 658015, proviene dal conflitto in Siria, di cui circa il 21% vive nei campi profughi. I restanti profughi sono di origine iraniana (62.455), yemenita (7441), sudanese (3.466) e somala (787).

La maggioranza dei profughi siriani è in fuga dai conflitti interni al paese?

Si, i profughi della Siria lasciano il loro paese a causa del conflitto che perdura da ormai ben sette anni.Famiglie intere hanno cercato rifugio in Giordania così come in altri paesi dell'area: la maggior parte dei profughi siriani, più di tre milioni, vive in Turchia. Sono fuggiti alla ricerca di protezione da un conflitto che ha causato perdite enormi tra la popolazione civile e che preoccupa per le forti tensioni create con i paesi confinanti, che al contempo accolgono chi fugge.

Giovani e bambini rappresentano una sfida particolare per gli aiuti umanitari?

Assolutamente. Ed essa è più impegnativa quando un numero sempre maggiore di profughi privi di protezione sono costretti a vivere sotto la soglia di povertà. Più del 70% delle persone bisognose di aiuto sono donne e bambini, circa un terzo dei coinvolti nel conflitto siriano sono bambini e ragazzi compresi tra i dieci e i 24 anni. I giovani sono i soggetti più duramente colpiti, perché oltre a essere pressoché privi della protezione e dell'assistenza di base, hanno un accesso limitato all'educazione. Tali limitate condizioni di vita – o meglio di sopravvivenza – portano le loro comunità a maturare un senso di disperazione. Per il futuro della regione saranno decisivi giovani forti e ben istruiti.

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