CAPITOLO PRIMO
Le esperienze del bambino nell’incontro col mondo umano


1.1 Il bambino e la comunità

Educazione sociale

Per realizzarsi psichicamente, fisicamente e spiritualmente l’uomo dipende dalla comunità, e proprio nelle relazioni con gli altri egli sviluppa le sue attitudini e capacità.

Il rispetto della dignità personale del bambino, della sua individualità e peculiarità è il presupposto di una sana e lungimirante educazione all’autonomia ed al senso di responsabilità. Questa educazione porta a pensare a beneficio della comunità, a sentirsi toccati e spronati dalle esigenze altrui, a desiderare la pace ed a sviluppare un atteggiamento positivo nei riguardi dei prossimo, riconoscenza, sensibilità e fiducia.

Dai tre ai sei anni di età il bambino è ancora molto egocentrico e deve quindi essere educato ad atteggiamenti base che saranno poi decisivi per tutta la sua esistenza. Una vera educazione sociale è perciò nel contempo anche un’educazione dell’indole, se con tale termine indichiamo la capacità di amare gli altri, di stare con gli altri e di capirli. Ma deve anche essere un’educazione all’incontro, alla collaborazione, all’accettazione del prossimo ed alla tolleranza.

L’appartenenza ad una comunità viene vissuta tramite attività comuni. La scuola materna offre al bambino un importante banco di prova di contatti sociali e di modi di comportamento col prossimo. L’educazione sociale, infine, è pure l’educazione ad accettare i deboli, i poveri, gli emarginati, gli handicappati, gli “altri”.

L’integrazione nella comunità può avvenire nei modi seguenti:

  • L’insegnante farà in modo che i bambini si sentano a proprio agio l’uno conl’altro, ricorrendo a momenti socializzanti come il canto, giochi di nomi, giochi che presuppongono collegamenti, ecc.
  • In varie forme di gioco il bambino esperimenta vari livelli gerarchici, prova a condurre e a seguire, ad adattarsi ed inserirsi. L’avvicendamento nei ruoli offre la possibilità di prendere decisioni, di cogestire il gioco e condurre dialoghi.
  • I piccoli gruppi spontanei con interessi comuni (nei vari angoli) permettono al fanciullo di organizzare egli stesso un gioco, danno delle indicazioni sulla sua esperienza col gruppo e lo aiutano a prendere parte autonomamente e con sicurezza alla vita della comunità.
  • Compiti assegnati al bambino secondo la sua età nel corso della giornata lo invitano a collaborare col gruppo facendolo corresponsabile.
  • Aiutando con prudenza l’insegnante cerca di integrare i bambini rifiutati o messi da parte. Nessun bambino deve stare isolato.
  • Si prestano aiuti per un migliore comportamento in situazioni di conflitto, affinché il bambino impari a patteggiare e non si imponga con violenza, ma si comporti con riguardo per appianare i disaccordi.
  • I bambini debbono apprendere che bisogna aspettare o rinunciare a favore degli altri, e che non si può sempre avere ciò che si vuole.
  • In convivenza con gli altri gruppi nella scuola materna i bambini possono riferire nell’altro gruppo, dare in prestito un oggetto, ringraziare, esprimere richieste con gentilezza. Ciò rafforza i contatti fra i bambini ed il rapporto con gli altri.
  • Svolgendo attività educative o in momenti di esperienze casuali, è possibili far capire ai bambini i nessi sociali, far conoscere degli uomini che per professione sono a servizio della vita quotidiana dell’uomo: per esempio il contadino, il negoziante, il postino ecc.
  • Feste ed iniziative comuni (p.es. una visita a persone anziane, ad un bambino ammalato) interrompono la vita quotidiana e approfondiscono la solidarietà.
  • Si esortino i bambini ad essere cauti nel loro avvicinamento a persone estranee.


1.2. Le esperienze emotive del bambino. Educazione affettiva..

I sentimenti sono alla base della cognizione e della volontà e si rivelano determinanti per la vita in tutta la sua esistenza. Quindi è estremamente importante per l’uomo la formazione della vita interiore e controllare la propria sfera emotiva.

Le esperienze affettive del bambino vissute dai tre ai sei anni sono decisive ai fini dello sviluppo del suo temperamento. Quando il bambino entra nella scuola materna, il suo distacco dalla ristretta cerchia familiare ed il contatto con altre persone di riferimento possono costituire per lui un carico emotivo non indifferente. L’ambiente umano che lo circonda sarà determinante per la sua personalità. I rapporti con gli adulti e con i coetanei si manifestano sotto forma di affetto o rifiuto, a seconda che il bambino si senta accettato, compreso e trattato bene ovvero bistrattato, incompreso e trascurato. Se l’ambiente riesce a dare al bambino fiducia e sicurezza, otterrà da lui un atteggiamento affettivo positivo caratterizzato da simpatia, amicizia, amore ed affetto.

Ai bambini con disturbi comportamentali deve essere prestata una cura ancora maggiore.
Per creare le condizioni favorevoli ad un buon sviluppo affettivo all’interno della scuola materna, l’educatrice può agire nei seguenti modi:

  • organizzare gli spazi in modo accurato e piacevole;
  • dare protezione, sicurezza ed amore;
  • creare un clima generale di serenità;
  • usare un tono di voce gentile nei contatti coi bambini e con gli adulti;
  • avere il senso dell’humor e dell’ilarità;
  • favorire nei bambini l’espressione dei propri sentimenti (amicizie, bambole, animali);
  • dare loro la possibilità di stare soli (aula adiacente, angolo, tavolino singolo, ecc.);
  • farli partecipare alle esperienze degli altri;
  • risvegliare la loro comprensione per gli altri;
  • aiutarli a comprendere i desideri e le necessità di altri bambini;
  • accettare il fatto che il bambino non comunichi i suoi sentimenti ad altre persone;
  • avere riguardo per le persone e le cose;
  • comunicare esperienze vissute nella natura;
  • provocare entusiasmo e stupore (esperienze, fiori, pietre);
  • fare pause di silenzio e raccoglimento;
  • organizzare feste in comune (in occasione di ricorrenze civili, religiose, personali o della scuola);
  • dare la possibilità ai fanciulli di raccontare esperienze o di raffigurarle (disegno, gioco dei ruoli, ecc.);
  • appurare disturbi comportamentali e le loro cause;
  • intervenire quando i contatti si sviluppano in modo deleterio;
  • riconoscere i limiti d’impegno di ciascun bambino e tenerli nel dovuto conto;
  • dare la possibilità ai bambini di sfogare le loro tensioni ed angosce (giocando, raccontando, facendo baccano, battendo e lavorando con materiali modellabili);
  • evitare tensioni emotive (mai ricorrendo a spauracchi quali strumenti educativi);
  • intervenire in caso di stato emotivo anomalo di singoli bambini (con lodi, attenzioni particolari, o trasponendo i loro problemi sul piano del gioco).


1.3. L’innata esigenza della religiosità. L’educazione religiosa del bambino

Il rapporto fondamentale dell’uomo con l’essere è retto da un’esperienza che va al di là della mera cognizione concettuale. Questa esperienza culmina nel senso del religioso. È la religione che dà all’uomo il senso ed il significato delle cose.

Chi, adulto, ha a che fare con bambini, si sentirà spesso porre tutti quei “perché” coi quali il bambino da un parte vuole conoscere le cause di determinati fenomeni, ma dall’altra vuole pure conoscere il senso ed il significato di ciò che vede e vive. Anche il bambino è testimone del dolore, dell’ingiustizia e della sofferenza. Di fronte a questi, che evidenziano la limitatezza e provvisorietà individuale, vissuta ma non compresa dal bambino, emerge l’esigenza di un’educazione. religiosa. Un’educazione che non conosce obblighi, né coercizioni, ma che piuttosto porta all’autodeterminazione e costituisce uno stimolo alla liberazione ed alla libertà. L’educazione religiosa può fornire stimoli ad aprirsi al prossimo con amore e fratellanza. Essa prende lo spunto dalle esperienze del fanciullo: la sua vita a casa e nella scuola materna, la nascita e la morte, i costumi della famiglia e della comunità, festività religiose e feste. L’educazione alla fede ed ad un comportamento morale, contribuisce allo sviluppo armonico della personalità del bambino, raffina la sua concezione dei valori e della moralità e crea i presupposti del suo atteggiamento nei confronti di Dio, dandogli contemporaneamente il senso di un comportamento veramente sociale (fratellanza, pace e conciliazione).

Per quanto riguarda l’educazione religiosa, l’insegnamento può contare su una certa apertura ed elasticità da parte dei bambini, pur con le differenze dovute al grado di sviluppo e di religiosità della famiglia. Il bambino ha bisogno di essere orientato in quelle situazioni ed in quegli aspetti della vita nei quali si imbatte in fenomeni di natura religiosa. Alcuni criteri orientativi con brevi accenni ad esempi pratici potranno essere di aiuto per l’educazione religiosa nella scuola materna.

È necessario cercare di:

  1. Far presente al bambino aspetti religiosi della religiosità.
    - prendendo lo spunto da esperienze quotidiane il fanciullo si stupirà, sarà meravigliato, colpito, rifletterà e svilupperà idee ed impulsi creativi.

  2. Stimolare il bambino a porre domande su Dio e dargli la certezza che Dio lo conosce e lo ama.
    - per dare al fanciullo un’immagine di Dio, possono essere utili dei confronti con le sue esperienze di vita e racconti tratti dalla Bibbia.
    - l’atteggiamento fiducioso del bambino può essere agevolato dall’insegnante con attenzioni amorose rivolte ai singoli.

  3. Stimolare i bambini a confidare a Dio le proprie esperienze:
    - nella preghiera il bambino entra in rapporto con Dio, chiede, ringrazia, loda ed esalta, e coinvolge Dio nella sua vita quotidiana;
    - le preghiere del bambino dovranno basarsi sulle sue esperienze e ricorrere a diverse forme espressive per far fronte alle sue esigenze.

  4. Agevolare, lo sviluppo della coscienza infantile in relazione al proprio comportamento ed all’accettazione del prossimo;
    - nella nostra società convivono persone con diverse convinzioni ed atteggia-menti; di qui la grande importanza dell’educazione della coscienza.

Già nel bambino piccolo è necessario stimolare una crescita graduale della coscienza, fra buono e cattivo; a rispettare il comportamento e le peculiarità degli altri e a far propri dei comportamenti positivi.


1.4. Il bambino di fronte alle decisioni

Con le esperienze personali e con l’ambiente circostante l’uomo scopre gradatamente valori che divengono criteri per le sue decisioni. Ma ad un bambino di questa età si può chiedere solo la mera accettazione di modelli di comportamento ritenuti accettabili e necessari. Dall’insieme delle abitudini si fa strada a poco a poco la possibilità di liberarsi del soggettivismo, di superare l’egocentrismo e di misurare il proprio comportamento secondo valori oggettivi. Si tratta di fare in modo che il bambino giunga ad un comportamento che è in sé sensato.

La sensibilità e la gentilezza con la quale l’insegnante affronta il bambino, l’esemplarità della sua condotta e la coerenza delle sue azioni sono determinanti per il fanciullo. Il suo esempio è più importante delle sue parole, il suo comportamento più del suo ammonimento.

Evitando di elevare la volontà personale del bambino a massimo valore ovvero di assumere atteggiamenti autoritari, la scuola materna presenta forme di un’autorità liberatoria. Il bambino agisce prima per abitudine, poi secondo delle norme ed infine viene messo nella condizione di decidere secondo dei valori.

La scuola materna richiede ogni giorno delle prestazioni poco impegnative al bambino, come: riordinare le proprie cose, eseguire ordini, comportarsi bene con gli altri, svolgere piccoli servizi ed essere disponibili alla collaborazione nel gruppo. Per ogni azione nella scuola materna si cercherà di ottenere l’approvazione interiore del fanciullo.

Accenni positivi e lode possono sostituire le proibizioni diverse. In tal modo la capacità decisionale del fanciullo può maturare secondo una logica educativa basata sull’approvazíone critica